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Ottobre 2004
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Bruseghin, gli asini e una
vita a tirare
Notte e buio pesto. Da quando abbiamo
lasciato alle spalle le luci di Vittorio Veneto la strada sale
nel bosco. Stretta stretta e arcigna. Si distinguono solo le
ombre degli alberi e si sente la pendenza che morde. "Altro che
i muri delle Fiandre - scherza Bruseghin. -Altro che côte delle
Ardenne. Non fatevi venire in mente di parlarne con Castellano
perché qui ci verrebbe fuori un pezzo di tappa da mettere i
brividi. Perché la strada continua, sale ancora con pendenze
meno dure ma comunque va di molto sopra i mille metri".
L'automobile, invece, dopo qualche tornante e meno di tre
chilometri percorsi devia a destra verso un cancello in ferro e
una strada bianca di campagna tutta dissestata. Si ondeggia tra
buche e pozzanghere. Ci vorrebbe un fuoristrada. "Sai, sono
state le piogge dei giorni scorsi. Soprattutto un acquazzone che
non si vedeva da tempo ha rischiato di portarci via un pezzetto
di collina". Il cono dei fari illumina un bel tratto sterrato.
Una volpe si ferma sorpresa a guardare poi sparisce nel folto
del bosco. Bruseghin si allunga sul volante e col naso vicino al
vetro guarda nel buio. "Questa è l'ora che scendono i caprioli a
mangiare ma stasera hanno deciso di non regalarci il piacere
dalla loro presenza".
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Marzio davanti alla sua casa
vittoriese - ©
Bicisport |
Il corridore sempre al vento abita qui.
Dove finisce la strada bianca e dopo ci sono solo boschi e
montagne. Anzi prima dei boschi e delle montagne c'è un'altra
casa e una stalla. Sono di Ivana e Tony, i coniugi che da tanti
anni vivono in questo posto e che hanno venduto a Bruseghin 15
ettari di terreno che va su e giù per forre e vallette, si apre
su campi e radure, fin oltre l'altro versante della collina,
dove circonda la chiesetta di San Maman, protettore delle
nutrici e dell'ecologia. Le donne senza latte andavano fin lassù
in pellegrinaggio e all'interno ci sono un bel po' di animali
impagliati, che in una chiesa fanno una certa sensazione. "E' il
mio paradiso - dice Bruseghin - quello che ho sempre desiderato
fin da bambino, quando avevo il sogno di fare il contadino o la
guardia forestale. E' nei miei geni. Io ci sono nato in mezzo ai
campi, poco fuori dal paese. I miei nonni erano contadini. Già
da piccolo salivo sul trattore del mio visino che mi portava in
mezzo al vigneto". Una vita con pochi fronzoli e tanti valori,
le cose che lo hanno reso fatalista e gli hanno fatto dire che
tutto è di passaggio. E che ti hanno fatto capire quanto sia
capace di vivere a fondo quello in cui crede. "Il denaro è utile
- confessa sorridendo . ti dà tante opportunità. A me ha
consentito di arrivare a inseguire questo sogno. Mi permette di
costruire e rifinire la mia casa. Ma i soldi restano comunque
dei pezzi di carta e confesso che ho vissuto bene anche quando
non vedevo un quattrino". E il ciclismo? Come tutto il resto per
Bruseghin. "Una cosa di passaggio. Comunque sono grato al
ciclismo. Mi ha aperto la mentalità, ha allargato la visuale
della mia vita sul mondo. Mi ha dato tante opportunità facendo
in modo che io non mi fossilizzassi su un orizzonte ristretto.
Il ciclismo alla fine sei tu contro i tuoi limiti. Io posso
arrivare anche ultimo ed avere lo stesso una grande
soddisfazione. Non è bravo solo quello che vince perché anche
l'ultimo ha lottato e sofferto".
Una filosofia di vita. La stessa che lo
spinge a lunghe passeggiate per i boschi nelle sere di luna
piena, quando il chiarore ti dà un'idea della strada. La stessa
che lo conduce verso i tesori naturalistici della sua zona a
emozionarsi per gli spettacoli della natura. Un racconto vale
per tutti gli altri. Marzio parte di notte e se ne va in zone
che lui conosce del bosco del Cansiglio. Ne parla come di un
patrimonio che gli appartiene e di cui ha il massimo rispetto.
E' il secondo bosco più importante d'Italia, con delle faggete
di una bellezza poetica. Alberi particolari, dritti e
lunghissimi, che i dogi di Venezia usavano per la costruzione
dei remi delle loro navi proprio per questa caratteristica.
D'inverno è anche una delle zone più fredde d'Italia. Una specie
di conca nella quale l'aria ristagna e scende a temperature
rigidissime. Per lui è un piacere addentrarsi nel Cansiglio e
ascoltare il bramito del cervo nella stagione degli amori. Il
momento è quando si dirada la nebbiolina e vede la sagoma
sbuffante di questo animale regale. Poi quel suono ripetuto e
gutturale di una forza sovrumana. E i colpi secchi delle cornate
per la conquista del comando. Uno spettacolo assoluto.
Se gli chiedi perché è diventato corridore
ti risponde con aria disarmante che non c'è stato un perché. Ha
giocato per anni al calcio. Difensore, nella squadretta del
paese. Poi ha provato e gli è piaciuto. Gli è piaciuta
soprattutto quella sfida con te stesso in cui ti lanci quando
sali in bicicletta. E la possibilità di introspezione durante
gli allenamenti, quei lunghi momenti che puoi sfruttare per
liberare i pensieri. "Capisco che il ciclismo mi ha dato
opportunità che altri non hanno. Ti guardi attorno e ti rendi
conto che tanti guadagnano dieci, cento volte di più. Ma nello
stesso tempo c'è la maggioranza che guadagna dieci volte di
meno. In ogni caso i soldi passeranno mentre l'esperienza e
l'arricchimento interiore nessuno me li potrà togliere nessuno".
Pronunci la parola gregario e lui subito
ti risponde con un'altra parola: orgoglio. L'orgoglio di stare
nell'ombra ma di contribuire a distanza, per la sua parte, alle
formidabili volate di Petacchi. L'orgoglio di non far sfuggire
nessuno. Macinare chilometri tanto da lasciare a bocca aperta
chi ti dovrebbe attaccare. Il Giro d'Italia spianato. E lo
avrebbero fatto anche al Tour, come l'anno scorso. Perché si può
fare anche al Tour se hai un Petacchi esplosivo. Solo che
stavolta non era brillante Alessandro. Era così e basta. Non ci
hanno potuto fare niente. Gregario uguale orgoglio. "I generali
senza soldati non hanno mai vinto le guerre. Io corro così
perché sono le mie caratteristiche, anche se da giovane ero più
veloce. La mia carriera poteva essere diversa ma io comunque mi
sento appagato lo stesso. Se faccio per bene le cose, alla fine
sento la vittoria anche un po' mia. E poi nella vita è anche più
facile essere egoisti che altruisti. Un ruolo forse un po' fuori
dai tempi, perché adesso nella società conta solo chi vince. Per
me invece conta solo questo". La casa è avvolta dal rumore dei
grilli e dal frusciare dal vento. Le luci del paese sono
lontane, in fondo alla valle. Sulla tavola è sistemato una
tagliere con formaggi prodotti da amici della zona. Affettati.
Poi arriveranno il risotto ai funghi e uno stufato di cinghiale
al quale accompagnare la polenta fumante preparata lì per lì
dalla vicina Ivana. E poi il vino, rosso e corposo. Anzi,
"spigoloso", come lo definisce Bruseghin perché è forte e viene
su dalle vigne poggiate sul terreno arido del Piave. La grappa
dei frutti raccolti nel bosco. Il gelato con i lamponi. Una
meraviglia. "Ho sempre avuto una passione per gli animali in
genere. Tutti. Mi piace guardarli anche senza cacciarli.
D'inverno la caccia è la mia grande passione. Vado col
sovrapposto a beccacce e coturnici ma solo qui nella mia zona
perchè l'ambiente deve essere in equilibrio e il cacciatore è il
primo degli ecologisti. Cacciare è contatto con la natura, stare
con te stesso. Cacciare ti dà emozione, il fascino dell'attimo.
E c'è il cacciatore vero e quello che spara e basta. Il
cacciatore vero era persona di rango sociale, di cultura e
grande rispetto per l'ambiente. Il cacciatore vero non spara
all'uccellino di 20 grammi con 40 grammi di piombo. E' molto più
filosofico".
Il vino scorre nei calici. Da una caraffa
di cristallo cade negli enormi bicchieri in cui prende aria e
libera sapore e odore. Marzio afferra il calice, fa ruotare il
contenuto, osserva, annusa e poi gusta, tutto con gesti
calcolati. Ha tre cani da caccia. Negli ultimi trascorsi alla
Banesto ha imparato ad apprezzare i baschi, le loro tradizioni,
la schiettezza di un popolo ruvido ma comunicativo. I suoi
valori. I tre setter li ha chiamati con nomi baschi. C'è Saro,
che per lui è come un fratello, meglio... un amico. "Va per i
sette anni. Ogni cacciatore nella vita ha il cane preferito. Lui
è il mio preferito in assoluto. Ho bellissimi ricordi insieme.
Gli manca solo la parola ma si fa capire lo stesso. Penso che
difficilmente ce ne sarà un altro come lui". Poi c'è Hira, che
in basco significa tre, cioè il terzo arrivato. Infine Izar, che
in lingua basca significa stella. Sono entrambi figli di Saro.
Ma non è finita qui. Nella fattoria di
Bruseghin ci sono anche dodici asini che il corridore ama quanto
i cani. "Una passione nata quasi per caso - racconta con il
sorriso sulle labbra. - Ivana e Tony, i nostri vicini, ne
avevano già quattro quando abbiamo cominciato ad incontrarci per
discutere dell'acquisto del terreno. Sono una coppia splendida.
Lei era molto sorpresa che qualcuno volesse venire a vivere
quassù e ci ha creduto solo quando mi ha visto firmare il
contratto. E' successo tutto due anni e mezzo fa. Ivana ha
sempre amato le bestie e mi ha insegnato che gli asini sono
animali intelligenti e sensibili". Ad Ivana, Petacchi dal Giro
dei record ha dedicato una vittoria. La sua stalla è un esempio
di ordine e pulizia, perchè gli animali vanno rispettati. Ci
sono due maiali, 80 galline, una sfilata di balle di paglia e la
famiglia dei dodici asini, destinata presto ad ingrandirsi
perchè quattro femmine sono incinta. "Mi sono piaciuti subito
quegli asini - confessa Bruseghin - mi ricorda che c'era un mio
zio a Padova che aveva un asino e mi era rimasto impresso che
quando lui arrivava con la bici quello si metteva e ragliare
perchè lo riconosceva dal rumore".
Il gruppo dei somarelli si sposta quasi
all'unisono. Ci sono i grandi e gli ultimi arrivato ancora col
pelo arruffato. Bruseghin se li coccola, li accarezza, gli dà
pacche sulla groppa ad uno ad uno. "Sono animali estremamente
intelligenti e sensibili. Arguti e per nulla infidi. Sono
osservatori, vedono tutto e capiscono tutto. Bestie da lavoro,
una volta. Qui da Ivana ho imparato a conoscerli da vicino, a
starci insieme e vedere come si comportano e me ne sono
innamorato. Sarà perché li ho sempre visti bistrattati e ci
trovo una certa similitudine con il gregario. Senza offesa per
nessuno.
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Marzio coccola i suoi asinelli - ©
Bicisport |
Come noi faticatori non sono né nobili né predestinati.
Non sono come i cavalli, belli, eleganti, pettinati, con la vena
pulsante ma hanno un loro fascino e una profondità di
comportamento". Li guarda e snocciola i nomi: Piera, Piccola,
Pierina, Pasqualina, Giuliano, Alessandro, Francesca, Teresa,
Camilla, Celeste. Alessandro è l'ultimo nato, proprio quando
Marzio è tornato a casa dal Giro. Invece prima del Tour con
Ivana hanno deciso di mettere in mezzo alle femmine un maschio
da riproduzione. Per l'equilibrio del territorio possono
arrivare a un massimo di sedici, cioè proprio il numero che
raggiungeranno con gli altri quattro che sono in arrivo. Poi
qualcuno lo venderanno. "I nostri asini sono allenati perché
vanno su e giù per la collina e hanno un compito molto
importante: ridanno ordine alla campagna. Mangiano erba tutto il
giorno e danno un aspetto più bello ai terreni, proprio come una
volta che sembravano giardini. Anche l'associazione dei
cacciatori ha comprato degli asini. Li portano d'estate
all'alpeggio e li usano per la pulizia della montagna.
Gli asini riconoscono la voce e il tocco
di Bruseghin. Ne accarezza uno e un altro si avvicina per
gelosia. Vuole la sua razione di coccole. "Quando sono a casa mi
piace stare dietro a queste bestie. A volte gli diamo del pane
secco. Un po' di sale d'estate perchè anche loro soffrono per il
caldo. Un po' di fieno nei periodi vicino all'inverno, quando il
pascolo è avaro di sostanze. Ma a loro pensa soprattutto Ivana,
che li cura come se fossero dentro casa. A volte ci mettiamo ad
osservarli e vedi che fanno azioni d'istinto che sembrano frutto
di ragionamenti. Sei te che devi decodificare il loro
comportamento ma sono sicuro che dentro il sentimento ce l'hanno
e tanti comportamenti vanno oltre il puro istinto". Gli asini
rientrano nella stalla. Lo sguardo di Bruseghin torna a spaziare
per i campi, verso le montagne. C'è il castagno selvatico da
innestare, ci sono i roveri, le roverelle, il carpino, un pino
silvestre, le betulle e le essenze del sottobosco. Bruseghin ha
intenzione di correre ancora qualche anno, perchè si sente
integro e soprattutto gli piace tirare la carretta fino allo
sfinimento. Ma adesso ha trovato il suo paradiso e ha molti
progetti per il futuro. Progetti sempre legati alla terra e alle
sue radici. Nella mente di Bruseghin il futuro è chiaro. Lo
affronterà a piccoli passi ma sa già dove vuole arrivare. I
campi del suo podere, a quattrocento metri di quota, ben
esposti, diventeranno delle vigne. "Sì, voglio mettere le
piantine e fare la vigna. Prosecco. Per cominciare ad avviare la
produzione ci vogliono tre anni. Inizialmente venderò l'uva ma
vorrei diventare produttore di vino. Lo spazio c'è, la passione
e le conoscenze non mi mancano. E' solo questione di tempo".
Diventerà un produttore animato da una filosofia tutta
personale. Perché Bruseghin anche quando parla di vino
involontariamente riesce a fare degli accostamenti con la sua
professione di gregario. Quasi una filosofia, quella di regalare
piacere agli altri rincorrendo la propria soddisfazione.
"Secondo me il vino è una tua creatura che può trasmettere
emozioni a distanza. Emozioni legate alla tua terra, alla
natura, ai profumi. Apri una bottiglia e ti vengono in mente i
luoghi, le persone che hai conosciuto. Come una canzone che ha
marcato quel momento preciso". Gli mancherà forse un po' di
cattiveria agonistica e un pizzico in più di egoismo per vincere
quella corsa che da professionista ancora non ha vinto. Però le
sue parole sono molto profonde e meritano lo stesso un bel
brindisi.
Giulio
Porcai
Bicisport |