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Marzio
Bruseghin
racconta giorno per giorno la sua avventura in corsa
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Ho
già vinto la mia tappa, era lunga 300 metri
Lecce,
venerdì 9 maggio 2003
Ieri
sera prima tappa specialissima. Primo: era in notturna. Secondo:
era lunga 300 metri. Terzo: non vinceva nessuno, però tutti erano
festeggiati come se avessero vinto. Lecce, piazza del Duomo, presentazione
delle squadre. Si arrivava a blocchi di quattro o cinque squadre
fin sotto il palco, si stava lì a chiacchierare un po', incontrare
amici e compagni, io ho salutato Dario Pieri, che ha la passione
per la caccia come me, poi si faceva un minigiro per prendere la
rincorsa e superare il primo gran premio della montagna del Giro
d'Italia: 5 metri di lunghezza, un metro di dislivello dalla strada
al palcoscenico del teatro all'aperto, pari al 20 per cento di pendenza,
che poi è quella del Passo Zoncolan. Solo che sullo Zoncolan quel
20 per cento dura almeno 3 chilometri, e prima ce ne sono altri
10 al 10 per cento. Nessuno mi ha chiesto l'autografo, ma non ci
sono rimasto male: probabilmente non mi hanno riconosciuto, perché
fino a poche corse fa avevo la testa rasata, e invece adesso ho
un bel centimetro di capelli sparsi dovunque. Perché io non sono
pelato. E' che ogni tanto bisogna cambiare look. E' stata comunque
una toccata e fuga. Toccata da parte degli spettattori, che ti rifilavano
una pacca sulla spalla. Però dieci pacche fanno male, cento pacche
fanno un livido, e mille pacche ti fanno scappare. Ed ecco la fuga.
Toccata e fuga. Poi a nanna. Il mio compagno di camera è Matteo
Tosatto, che proprio ieri In allenamento è caduto per colpa di un
tombino. Per un corridore, dal tombino alla tomba il passo è breve,
ma lui se l'è cavata con botte e ferite. Siccome è un razza Piave,
come me, è duro a morire e ha dormito come un sasso.
Marzio
Bruseghin
Il
gregario dà il 100 per cento, il campione il 101
Lecce,
sabato 10 maggio 2003
Vinto,
abbiamo vinto: primo Petacchi. Brindato, abbiamo brindato: champagne,
anche se io avrei preferito il prosecco. E goduto, abbiamo goduto:
perché dopo una tappa, siamo già a metà del Giro. Infatti chi ben
comincia è a metà dell'opera. Le prime due ore sono andate via lisce.
Facciamo anche le prime tre. Quella che Bulbarelli definisce "andatura
turistica", ma lo vorrei vedere io andare a 35 di media. Dico Bulbarelli,
perché so che Cassani, a 35 di media, ci va anche per sei ore. Poi
il gruppo si è allungato e nel finale c'è stata un po' di confusione.
A un paio di chilometri dall'arrivo è volato uno slavo della Alessio:
Mihajlovic? Milosevic? no, Miholievic. Un doppio salto mortale carpiato
e avvitato, coefficiente di difficoltà 2.9, mancava solo la giuria
altrimenti avrebbe conquistato la medaglia d'oro. Ho visto che si
è rialzato sano e salvo come se si fosse tuffato su un materasso:
il dio del ciclismo deve avere a disposizione un grande magazzino.
Oggi ho portato la mia ventina di borracce, tre o quattro giri per
tutti, senza discriminazioni. Al rifornimento, siccome ero dall'altra
parte della strada, il sacchetto me l'ha dato Cioni. Così ho avuto
anch'io, per un momento, il mio gregario. Nessuna foratura: se va
avanti così, non mi sporco neanche le mani. Anche perché ho sempre
su i guanti. In albergo Petacchi ha bussato alla porta di tutte
le camere per ringraziarci, a uno a uno. Un gregario deve dare il
100 per cento, un campione il 101 per cento. Quell'1 in più è proprio
la parola. E non costa niente.
Marzio
Bruseghin
Per
strada il ricordo di Zanette
Matera,domenica
11 maggio 2003
Fra l'accoglienza
del pubblico, calorosissima, e la temperatura esterna, 30 gradi
all'ombra, ma 41 se è un'ombra di vin, perché ai 30 bisogna aggiungere
gli 11 di un bel prosecchino, oggi il sole ha picchiato duro. Eppure
la prima salita del Giro d'Italia, quella di Montescaglioso, nonostante
tutto l'abbiamo presa a freddo. Un'accelerata, un cambio di ritmo,
un'esagerazione di battiti del cuore che non succede neanche quando
ci si innamora. Era una salita non lunghissima, ma impegnativa,
e presa a tutta. Io ero con Frigo e Gonzalez, e non li ho persi
di vista. Petacchi non ha vinto, ma ha tenuto la maglia rosa. Meglio
di così c'era solo il bis di ieri. Ferretti, il team manager, si
è sbilanciato: "Mi sembra che abbiamo corso bene". Che tradotto
in parole normali significa: "Ragazzi, siete stati fantastici, complimenti
a tutti, vi amo". Sulla strada ho letto un messaggio in onore di
Zanette. Denis era mio compagno di squadra. Quando è morto, tutti
sono stati velocissimi nel giudicare male e sputare sospetti se
non certezze di doping. Quando invece hanno stabilito che il doping
non c'entrava, i giornali gli hanno dato sì e no un paio di righe.
Abitava a 15 chilometri da casa mia, e spesso ci allenavamo insieme.
E' stato bello che qualcuno si sia ricordato di lui, anche qua al
Sud. Intanto il mio compagno di stanza Tosatto sta meglio: dopo
la caduta l'avevano mummificato, ogni giorno si toglie una benda,
se va avanti così tornerà normale per la fine del Giro. Domani è
un altro giorno, come si diceva in un film, e si vedrà, come diceva
Bugno. L'importante è guardare sempre avanti, perché in bici, se
guardi indietro, di solito cadi.
Marzio
Bruseghin
Prima
tensione nel gruppo
Terme
Luigiane, lunedì 12 maggio 2003
Bei posti,
qui al Sud. Bellissimi. La costa sul Mar Jonio è stupenda. Io consiglio
alla gente, prima di andare in un'agenzia turistica e prenotare
un viaggio alle Maldive, di accendere la tv e guardare il Giro d'Italia.Purtroppo
noi siamo sempre di gran fretta e non riusciamo a gustarci un tuffo
in mare o una mozzarella di bufala o degli spaghetti alla calabrisella,
cioè con il pomodoro e l'origano. Lasciata la costa, c'è stato il
primo momento di tensione di questo Giro. La Saeco ha attaccato,
il gruppo si è rotto, l'andatura si è fatta forte, e alè. Sulla
Sila, al gran premio della montagna, ero fra i primi. In discesa
fra gli ultimi, ma sempre del primo gruppo. Che picchiata. Anche
la costa sul Mar Tirreno è stupenda. Solo una volta l'ho guardata
e il panorama era così bello, o forse la curva così pericolosa,
che quasi volavo. Negli ultimi chilometri Cioni e io siamo andati
a chiudere su McEwen: non andava da nessuna parte, ci stava aspettando,
forse non sapeva la strada. Poi in volata Garzelli è andato due
volte più forte di tutti. Una volata da cineteca. La rivedremo presto
all'Odeon o al Capitol. Oggi non ho portato borracce, sono stato
servito e riverito, probabilmente mi arriverà il conto da pagare.
Scherzo. In queste tappe ci si dà una mano fra tutti, di solito
la destra, perché con la sinistra teniamo diritto il manubrio, altrimenti
si cade e poi Ferretti si arrabbia. Scherzo. Ma neanche tanto.
Marzio
Bruseghin
E
io stacco un altro foglietto...
Acquappesa,
martedì 13 maggio 2003
Acquappesa-Vibo
Valentia. Pronti via, attaccano in tre. Quando succede così, che
tre vanno al patibolo, la prima reazione del gruppo è un elenco
di sacramenti, una litania di bestemmie, insomma il sacro e il profano.
Poi: o si scatena la battaglia o si molla. Lì è andato a tirare
il mio compagno di camera Tosatto. Non è facile soffrire come lui,
e pochi ci provano, eppure lui è andato avanti per onorare maglia,
squadra e Giro. Io dico che se ti comporti così, non lo fai solo
perché anche questo è un lavoro. Sotto, oltre ai lividi e alle cicatrici,
c'è dell'altro: passione. Poi il vento. Poi una salita, che abbiamo
preso abbastanza allegra. Poi la volata: primo McEwen, secondo Petacchi,
ma almeno ci abbiamo provato. E intanto ho staccato un altro fogliettino.
Adesso spiego tutto. All'inizio del Giro ti danno un blocchetto
con i profili di tutte le tappe: ogni giorno prendo un foglietto
e me lo ficco in tasca, ogni tanto lo tiro fuori e lo ripasso, poi
lo butto via, e così, tappa dopo tappa, il blocchetto si assottiglia
fino a scomparire. Allora significa che il Giro è andato. Altre
cose che mi porto dietro: zero. Ah sì, la radio. Ma non mi dà fastidio.
E poi il rifornimento. C'è chi preferisce mangiare prima di una
salita, chi dopo aver scollinato. Invece io preferisco mangiare
al ristorante. Ma qui vanno tutti di fretta.
Marzio
Bruseghin
Ho
un'abbronzatura imbarazzante
Villa
San Giovanni, mercoledì 14 maggio 2003
Abbiamo
dormito a Villa San Giovanni, in Calabria, e di notte si vedeva
la costa siciliana illuminata. Uno spettacolo. Mi sarebbe piaciuto
fare un salto a vedere i Bronzi di Riace, ma poi ci ho pensato su,
e rinunciato. Non solo perché non avevo tempo. E' che al confronto
avrei sfigurato. Ho un'abbronzatura imbarazzante: se vado al mare,
mi ridono dietro anche i pesci. La mattina abbiamo preso il traghetto.
Bello il traghetto. Mi piace. Sembra un'avventura, anche se il viaggio
dura una mezz'oretta. Tirava un vento che se fossi stato in bici,
sarei ancora là. Il via da Messina, poi la salita della Portella
Mandrazzi, vera e lunga, che poteva fare disastri, perché se molli
un attimo, prendi dei minuti. Invece tutto è filato liscio. Una
volta nel gruppo c'erano degli sceriffi autorevoli e autoritari:
se ordinavano di andare su tranquilli, nessuno sgarrava. Invece
adesso è meno semplice: chi scappa, scappa. Comunque la tappa aveva
un copione già scritto e letto. Tranne che per il risultato della
volata: primo Petacchi, secondo Cipollini, anche se lo speaker aveva
detto primo Cipollini, secondo Petacchi, e noi c'eravamo rimasti
un po' male. E' vero che le volate si vincono o si perdono, ma vincerle
dà più gusto. Io sono arrivato a 19 secondi, con Frigo e Gonzalez,
e questo mi rode dentro, perché corri bene tutto il giorno, e poi
per colpa di una caduta rovini tutto. Non saranno quei secondi a
cambiare il Giro, però a volte anche un grande ingranaggio si blocca
per un granello di sabbia. Subito doccia, pullman per l'aeroporto
e aereo per Napoli. La sera abbiamo festeggiato, perché tutte le
vittorie vanno festeggiate. Ferretti era quasi commosso. E' bello
quando un veterano, dopo tante corse, riesce ancora a emozionarsi
e ad avere la voglia di lottare e vincere. Il bello della vita è
stupirsi ogni giorno.
Marzio
Bruseghin
Non
vincere non significa perdere
Maddaloni,
giovedì 15 maggio 2003
Vacanza.
Cioè: riposo. Sveglia libera, due orette scarse in bici, perché
qui a Maddaloni c'è un traffico, una strada piena di buchi, nessuno
che rispetta il codice stradale, le bufale, la legge del Far West,
la lotta per la sopravvivenza. O ti adegui o soccombi. O stai a
casa. Noi in albergo. Massaggi, bucato, libro. Sto leggendo "Menti
selvagge". E' un saggio, si parla di animali, gli animali che pensano
e sentono e soffrono, che reagiscono per istinto o per leggi ancestrali.
Mi sono sempre piaciuti gli animali. Ho quattro cani e due gatti,
ma la mia vera passione sono gli asini. L'ultimo nato l'abbiamo
battezzato Giuliano. Ha una sua classe, un suo stile. Ma nessun
animale avrà mai la classe e lo stile di Lucrezia, la mia civetta.
L'abbiamo trovata piccola, l'abbiamo allevata e un certo giorno
l'abbiamo liberata. Nel frattempo aveva imparato le buone maniere,
si sedeva a tavola con noi, si appoggiava sullo schienale di una
sedia e mangiava. Lucrezia, o forse tutte le civette, aveva un ascendente
fortissimo sugli altri uccelli. Io credo che, fra tutti gli uccelli,
la civetta sia considerata una specie di pagliaccio. Sarà per via
di quegli occhi lì, sbarrati, sarà perché dorme di giorno e sta
sveglia la notte e canta, e quando canta tutti gli uccellini si
scatenano. Una baldoria. Sulla "Gazzetta" di oggi è uscito un articolo
sui gregari. Undici, ne hanno scelti. C'ero anch'io. Ne sono stato
orgoglioso. Questa è una società che spinge e premia solo chi ha
successo. Invece a me, di vincere, non me ne frega niente. Non è
che mi senta inferiore o perdente o deludente se non vinco e non
ho mai vinto. Non vincere non significa, automaticamente, perdere.
Marzio
Bruseghin
La
maglia rosa? Non me la metterei per non sembrare blasfemo
Avezzano,
venerdì 16 maggio 2003
Grande
giornata. La prima bella notizia me l'ha data la mia fidanzata Alessia:
è nata Teresa, un'asinella. Tutta bella grigia, con una croce bianca
sul collo. La seconda bella notizia ce l'ha data la volata: ha vinto
Petacchi, un campione. Tutto bello rosa, maglia e pantaloncini.
Dicono che Avezzano sia la città dei cani randagi. Invece gli unici
animali che ho visto oggi erano i corridori. Scherzo, naturalmente,
ma neanche tanto. Però è vero che ci sono alcune espressioni, per
così dire, bestiali nel nostro gergo ciclistico. "A capretto" significa
pronti, via e alè. Una volta Nicola Loda, mio compagno di squadra,
ha detto che alla Vuelta si andava "a pecorina", cioè con il busto
proteso in avanti, spianato sul tubo orizzontale, a tutta. Più vegetariana
l'espressione "a radicchio": fare una curva a radicchio significa
piegarsi al limite delle gomme, basta uno 0,1 per cento in più e
finisci a terra. La parola "frustata" ti dà invece l'idea di un'accelerazione
che mette in fila il gruppo: in questo caso, se sei nelle ultime
posizioni, la frustata ti fa veramente male. Oggi alla partenza
mi hanno finalmente chiesto di firmare degli autografi. Secondo
me non sapevano neanche chi fossi, ma ero l'unico corridore in quel
momento disponibile: gli altri bevevano un caffè o leggevano la
Gazzetta. In corsa c'è stato un certo trambusto quando alcuni di
noi sono caduti. Poi abbiamo fatto la danza del sole perché non
piovesse. E stasera si brinda purtroppo ancora a spumante, e non
a prosecco, ma un bicchiere non può farmi del male. Domani visite
mediche: il Terminillo servirà a misurare la temperatura a tutti
quelli che vogliono vincere il Giro, e anche a quelli che sperano
di finirlo. Comunque la maglia rosa ce l'abbiamo noi, anche se se
la mette solo Petacchi. Io non me la metterei neanche per vedere
come sto. Per pudore. Per imbarazzo. E per non sembrare blasfemo.
Marzio
Bruseghin
Terminillo?
Preferisco le Dolomiti
Terminillo,
sabato 17 maggio 2003
Si scrive
Terminillo, ma si legge Caporetto. L'avevo detto: la prima salita
doveva servire a misurare la temperatura a tutti quelli che volevano
vincere il Giro. Porca miseria, non ce ne eravamo accorti, ma sia
Frigo sia Gonzalez avevano la febbre. Anche se non erano i soli.
Ecco la verità. Già prima di partire, i nostri capitani non stavano
bene, non riuscivano a stare con i primi, e noi gregari dovevamo
solo cercare di nasconderli. Quando è cominciata la salita, prima
Frigo, poi Gonzalez si sono staccati. Cioni è rimasto con Aitor,
io con Dario. In salita c'è poco da fare: se c'è la funivia, o la
seggiovia, si va su tranquilli, basta tenere il proprio posto; ma
se c'è solo la bici, non rimane altro che stringere i denti e pedalare.
E se non hai i denti, e soprattutto se non hai le gambe, addio.
Dopo un po' Ferretti mi ha ordinato di lasciare Frigo e riportarmi
su Gonzalez. Non era lontanissimo. Io mi sentivo abbastanza fresco,
e siamo andati su regolari, che è l'unica maniera per non spendere
tanto, o troppo, però abbiamo beccati cinque minuti. E adesso la
classifica è compromessa. In albergo temevamo l'ira di Ferretti.
Invece ha detto soltanto: "La cena è alle otto". In queste circostanze
c'è poco da dire, e poco da arrabbiarsi. Comunque niente musi lunghi,
niente drammi, è andata così, e amen. Abbiamo la coscienza a posto,
ed è quello che conta. La vita va avanti, il Giro pure, e chissà.
Qui il bello è che non devi aspettare una settimana per giocare
un'altra partita, ma ci dormi su ed è già rivincita. Comunque, nonostante
la bella accoglienza, non penso di scegliere il Terminillo per le
vacanze. Preferisco le mie Dolomiti. Ho telefonato a casa: stanno
tutti bene. L'asinello Giuliano impazza, l'asinella Teresa saltella.
Marzio
Bruseghin
I
gregari sono come gli asini
Montecatini
Terme, lunedì 19 maggio 2003
Sono
due giorni che vado in fuga. Per caso. Perché mi trovo lì davanti,
e non posso tirarmi indietro. Ieri eravamo in dodici, mi sembra,
ognuno faceva la sua parte, anch'io, ma mancavano gli uomini di
alcune squadre forti e quindi la fuga è morta lì. Oggi eravamo in
sei, ognuno faceva la sua parte, tranne me che stavo a ruota, perché
la mia squadra puntava sulla volata di Petacchi. Ero un po' imbarazzato,
anche se gli altri cinque sapevano benissimo perché non tirassi.
Così al rifornimento ho fatto da gregario a tutti: ho preso cinque
borracce e le ho distribuite. Abbiamo preso forse due minuti, troppo
pochi per sperare di arrivare al traguardo. Comunque non avrei avuto
alcuna possibilità. Allo sprint, su sei, sarei arrivato settimo.
Dicono che il ciclismo sia lo sport più faticoso. Ho paura di sì.
Dicono anche che siamo masochisti. Questo non lo so, ma non credo.
Certo che con la fatica abbiamo un rapporto di odio e amore: se
possiamo, la evitiamo; ma quando la evitiamo, poi ne soffriamo.
Un giorno giù dalla bici, e già ti manca, e ti senti nervoso. Sarà
che andare in bici stimola le endorfine, che sono quelle che ti
regalano un senso di benessere, e che ti fanno sentire in pace con
te stesso, e che ti danno anche un rapporto di dipendenza. La verità
è che la bici ti lascia il tempo per pensare e riflettere, per conoscerti
e studiarti. La bici è come il lettino dello psicanalista, ma senza
lo psicanalista. E alla lunga costa anche molto meno. Per esempio,
andando in bici ho capito perché mi piacciono gli asini. Ecco: gli
asini non nascono con le stigmate del cavallo, ma grazie al loro
lavoro riescono a farsi una posizione. Gli asini sono dei formidabili
gregari.
Marzio
Bruseghin
Fenomenologia
della fuga
Faenza,
martedì 20 maggio 2003
Che cos'è
una fuga? E' andare un po' più in fretta degli altri corridori,
è fare un po' da apripista, è staccarti ma dal davanti, è ricevere
gli applausi e gli incoraggiamenti della gente che ti aspetta lungo
la strada, è apparire in tv, è ascoltare il proprio corpo, è annusare
in giro (ieri ho sentito una ventata di profumo e mi sono guardato
attorno: era una distilleria di grappa), ed è soprattutto sperare.
Sperare che tutta la fatica che fai, alla fine, possa servirti a
qualcosa. Siamo andati via in sedici, che è un buon numero per una
fuga. Siamo andati via in una tappa di 200 chilometri, che poi -
sai com'è, ma soprattutto sai come non è - diventano undici di più
perché c'è sempre qualche scorciatoia che non si può fare, e qualche
allungatoia sempre disponibile. Siamo andati via su una salita,
e dopo ce ne sarebbero state altre cinque o sei, una più dura dell'altra.
Siamo andati via Cioni e io, ed essere in due della stessa squadra
è un bel vantaggio. E ci siamo portati dietro la speranza di arrivare
al traguardo, e giocarcela, la vittoria, la sconfitta, insomma la
speranza. Ma fortunati si nasce, e forse quando siamo nati, la fortuna
stava già cullando qualcun altro. Magari era Arvesen, il norvegese
che poi ha vinto la tappa. Perché abbiamo preso un vantaggio di
quasi quattro minuti, più che sufficienti se dietro non succede
granché. Invece dietro è successo proprio un granché. Ha attaccato
Simoni, e allora la battaglia è diventata guerra, e quando Simoni
è piombato su di noi, ha fatto un vero casino. Io ne avevo ancora,
ma non ho risposto al suo attacco, perché mi dicevo: "Con il mio
passo li riprendo". Invece le mie gambe non erano quelle di ieri
anche se a prima vista sembravano proprio loro, non erano così brillanti
neppure se le avessi lucidate, insomma non mi rispondevano nonostante
le chiamassi per nome. Così Simoni si è portato al traguardo altri
tre corridori, e noi abbiamo fatto la volata per il quinto posto.
Io, in volata, non sono mai stato un drago, ma stavolta mi è andata
bene: su 24 corridori sono arrivato ventiquattresimo, invece di
solito mi sarebbe accaduto di arrivare venticinquesimo. La verità
è che, a qualche centinaio di metri dal traguardo, mi sono detto,
sottovoce perché c'era tanta gente e mi vergognavo: "Ma andate tutti
in mona". E così non è andata bene, ma pazienza. Ci saranno altre
occasioni per rimediare sconfitte migliori.
Marzio
Bruseghin
Seconda
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